Leggenda dei Nativi Americani


IL PERCHE’ GLI UCCELLI NON HANNO UN RE

C’erano una volta degli uccelli che decisero di scegliersi un re e proposero il più saggio tra loro, il gufo.
Il corvo protestò contro un re troppo vecchio e propose un re furbo e, per convincere gli altri, raccontò la storia di un airone in là con gli anni che, non riuscendo più ad acchiappare pesci, ricorse all’astuzia: si mise al centro del lago e raccontò che gli uomini avrebbero prosciugato il lago per far morire tutti i pesci. Propose allora di salvarli, trasportandoli nel becco in un lago vicino.
I pesci acconsentirono e l’airone iniziò a prenderne uno per volta nel becco, mangiandoseli comodamente appena fuori dalla loro vista.
Un granchio capì l’inganno e chiese all’airone di salvarlo, ma gli saltò al collo e lo pizzicò con le chele salvando i pesci rimasti.
A quel punto gli uccelli pensarono che il corvo avesse ragione!
Ma il gufo non voleva rinunciare a diventare re.
Allora il corvo raccontò un’altra storia:
un vecchio saggio aveva ricevuto in dono un capretto, se lo caricò sulle spalle e si avviò verso casa. Questi incontrò tre briganti che dicevano ad alta voce: “Guarda quell’uomo che porta sulle spalle un animale tanto sudicio.”
Il vecchio saggio temette di essere stato ingannato.
Allora i tre briganti continuarono: “Quell’uomo porta sulle spalle un maiale sporchissimo!”
Il vecchio pensò di aver perso la vista, così lasciò cadere il capretto e fuggì via.
I briganti non persero tempo e divorarono il capretto.
Il vecchio gufo si offese e andò via.
Gli uccelli decisero quindi di continuare a vivere senza un re.

Leggenda dei Nativi Americani


LA LEGGENDA DEL COLORE DEI CORVI

Un tempo tutti i corvi erano bianchi come la neve.
In quei tempi antichi la gente si procurava cibo cacciando il bisonte usando solo pietre e archi e non avevano altre armi.
Ma i corvi erano amici dei bisonti e li proteggevano contro i cacciatori.
Uno dei corvi era molto grande ed era la guida di tutti gli altri. Dall’alto puntava i cacciatori e dava l’allarme, così i loro amici bisonti scappavano via.
La gente, che soffriva la fame, tenne un consiglio per decidere il da farsi.
Un vecchio e saggio capo propose di catturare il grosso corvo bianco con l’astuzia: travestì un giovane, mettendogli una grande pelle di bisonte sul corpo, completa della testa e delle corna e gli disse di insinuarsi tra nel branco.
Camuffato da bisonte, il giovane strisciò tra la mandria e nessun animale gli prestò attenzione. Quando i suoi compagni cacciatori si avvicinarono, i corvi in volo diedero l’allarme e tutti i bisonti fuggirono, tranne il giovane, che fece finta di pascolare.
Allora il grosso corvo bianco gli si avvicinò per spingerlo alla fuga, ma il giovane lestamente lo afferrò e gli legò le zampe.
La tribù decise di bruciare il corvo.
Il corvo, benché fosse legato, riuscì a liberarsi quando la corda che gli legava le zampe si bruciò.
Bruciacchiato, spelacchiato e annerito, egli fuggì via e decise di non occuparsi mai più dei bisonti.

LEGGENDA DEI PIEDI NERI


LE SETTE STELLE DELL’ORSA MAGGIORE

Un tempo c’era una giovane molto bella.
Era rimasta orfana da molti anni e viveva col padre, sette fratelli e una sorellina.
Tanti giovani volevano sposarla, ma lei li respingeva tutti.
Aveva un orso come amante e lo incontrava di nascosto quando i fratelli andavano a caccia col padre; in questi casi andava a far legna nel bosco, lasciando la sorellina sola in casa.
Quando la sorellina crebbe notò che la sorella impiegava troppo tempo a prendere la legna, così un giorno la seguì e scoprì che era l’amante dell’orso. Corse a casa velocemente e raccontò al padre ciò che aveva visto.
Il padre capì che era quella la ragione per cui la figlia maggiore non si voleva sposare; chiese aiuto a tutti i cacciatori e andò con loro nel bosco a uccidere l’orso. I cacciatori trovarono l’orso e lo uccisero.
La giovane andò su tutte le furie; con la carne dell’orso morto, acquistò il potere di trasformarsi in orso. Si recò nel villaggio e uccise tutti gli abitanti, poi riprese il suo aspetto normale.
La sorellina raccontò tutto ai fratelli. Essi ebbero timore che la sorella potesse ucciderle anche loro. Decisero di andarsene e partirono il più velocemente possibile.
La sorella maggiore si trasformò in un’orsa per inseguirli. Stava per raggiungerli quando uno dei ragazzi prese un po’ d’acqua e la spruzzò tutt’intorno.
Immediatamente si formò un grande lago fra loro e l’orsa.
I bambini si misero a correre mentre l’orsa li seguiva; furono raggiunti, ma uno di loro gettò per terra un aculeo di istrice, che si trasformò in un grande bosco folto d’alberi; ma l’orsa riuscì a superarlo e li raggiunse.
Questa volta salirono tutti su un albero alto.
L’orsa prese un bastone, lo tirò sull’albero e fece cadere quattro fratelli, che morirono.
Un uccellino, che volava intorno all’albero, gridò ai bambini: “Colpitela alla testa!”
Allora uno dei ragazzi lanciò una freccia alla testa dell’orsa, che cadde a terra morta.
Poi scesero dall’albero. Il fratellino prese una freccia, la lanciò dritta nell’aria e, quando cadde, uno dei fratelli morti tornò in vita. Egli ripeté il lancio finché tutti resuscitarono.
Alla fine discussero fra loro: ormai erano soli al mondo; la loro gente era morta e non sapevano dove andare a vivere.
Alla fine decisero che avrebbero preferito vivere in cielo. Chiusero gli occhi e iniziarono a salire.
Sono rimasti per sempre in cielo, dove brillano di notte. Il fratellino è la Stella Polare.
I sei fratelli e la sorellina formano l’Orsa Maggiore. Tutti i fratelli sono disposti a seconda dell’età, cominciando dal più grande.
Così sono nate le sette stelle dell’Orsa Maggiore.

Leggenda Sioux


LA LEGGENDA DELLA CREAZIONE DEGLI ANIMALI

In origine il Sole aveva un aiutante, che si chiamava Napi. Un giorno, dopo aver terminato il suo lavoro, Napi trovò un grosso pezzo di argilla e cominciò a lavorarla per trarne fuori qualcosa.
Era un bravo artigiano e riuscì a realizzare la prima figurina, con una bella forma simmetrica; successivamente ne realizzò delle altre e così realizzò le figurine di tutti gli animali della Terra.
Appena ne aveva completata una, vi soffiava sopra, le dava un nome e una destinazione. La figurina si animava e cominciava a popolare la terra.
Con l’ultima rimanenza di argilla realizzò una figura nuova; la chiamò uomo e lo mandò a vivere con i lupi.
Gli animali si lamentarono perché non riuscivano ad adattarsi all’ambiente loro assegnato, perciò Napi assegnò a ciascuno l’habitat ideale.
Tutti gli animali furono soddisfatti, tranne l’uomo, che vaga ancora alla ricerca di un luogo soddisfacente.

Leggenda Birmana

Le origini del gatto Sacro di Birmania

Si narra che secoli fa esisteva in Birmania un monastero di sacerdoti Kittah, votati al culto della dea Tsun Kyan Kse, dal corpo dorato e gli occhi di zaffiro.
Tsun Kyan Kse era la dea della trasmigrazione, artefice della reincarnazione dei frati Kittah in animali.
Nel monastero viveva il sommo sacerdote Mun Ha, che aveva come oracolo il fedele Sihn, un gatto bianco con gli occhi gialli.
Un giorno penetrarono nel monastero degli infedeli che uccisero tutti i monaci e il sommo sacerdote perì ai piedi della statua della sua dea.
Sihn, il gatto, salì sul corpo del sacerdote e fissò il volto della dea, pregando come aveva visto fare tante volte i sacerdoti.
Mentre vegliava il lungo viaggio del padrone; il suo mantello si tinse d’oro come la dea, le zampe, il muso e la coda divennero del colore della terra, i suoi piedini, posati sul corpo del sacerdote, rimasero candidi per la di lui purezza e, poi, la dea donò a Sihn ciò che aveva di più bello: due occhi color zaffiro.
Da quel giorno questo animale fu considerato sacro.
Il Sacro di Birmania.

Mito Bantu (Africa)

Mtumbi

La Terra in orogine era arida e avvolta dalle tenebre: non c’era ancora il Sole. Nelle tenebre viveva Mtumbi, il Formichiere, grande cacciatore. Un giorno inseguendo un topo, Mtumbi si infilò in una buca. Cammina,cammina, si inoltrò sempre di più nella galleria che sembrava non dovesse finir mai. All’improvviso Mtumbi sbucò in un posto pieno di gente e di luce: era il mondo di Dio. Mtumbi fu ammirato nel vedere quel mondo scintillante; chiese subito a Dio che anche la terra fosse piena di luce e di vita e Dio volle accontentarlo. Quando lo rimandò sulla terra gli diede come compagni un uomo e una donna. Appena furono nel mondo buio della Terra, l’uomo sfregò due piccoli bastoni e ne scaturì il fuoco. La donna aveva portato con sè una cesta: l’aprì e ne fece uscire il Sole. Subito questo si alzò nel cielo. A notte dalla cesta uscirono la Luna e le Stelle e anch’esse si levarono brillanti nella volta del cielo. Spaventato da quei prodigi, Mtumbi corse a nascondersi nella tana; da allora ebbe timore ad uscire. E anche gli uomini ebbero i loro guai: offesero Dio che vole punirli terribilmente. Diede loro due ceste e li obbligò a sceglierne una: nella prima c’era la vita, nella seconda c’era la morte. Gli uomini scelsero quest’ultima e da quel giorno furono costretti a morire. Il serpente, che per caso passava di lì, si impadronì della cesta rimasta, quella della vita, e divenne immortale. Ancora oggi il serpente cambia la pelle, ma non muore mai.

Leggenda Berbera

Nascita del gatto e del topo

Un giorno un leone incontrò un cinghiale.
Il leone aveva una bella pelliccia rossastra e un paio di baffi che erano il suo orgoglio.
Il cinghiale, invece, era scuro, di pelo corto; aveva il muso appuntito e due zanne bianche di cui andava molto fiero.
“Io sono molto più bello e più forte di te!” si vantò subito il leone scuotendo la sua criniera.
Il cinghiale rise mostrando le sue zanne affilate. “Non ti consiglio di mettermi alla prova”, disse, “ho la pelle dura io e non temo i tuoi artigli.”
“Dunque non mi temi?” domandò sorpreso il leone, abituato a essere rispettato da tutti gli animali.
“Perché dovrei temerti?” incalzò il cinghiale. “Se starnutissi, dalle mie narici uscirebbe un animale che ti farebbe fuggire.”
“E allora starnutisci”, disse il leone, “dopo starnutirò io.”
Il cinghiale puntò le zampette, inarcò la groppa, fece vibrare il suo codino, e finalmente starnutì.
Dalle sue narici uscì un animaletto nericcio, col musino a punta e una codina fina fina. Era il topo, che gli somigliava.
Ed ecco il leone scuotere la criniera e starnutire impetuosamente. Dalle sue narici uscì fuori un animale peloso, ornato di artigli. Era il gatto, che gli somigliava.
Il topo a quella vista fuggì via, ma il gatto lo inseguì, fino a che il topo non sparì dentro un buco.
“Hai visto, presuntuoso?” domandò il leone al cinghiale. “Il tuo starnuto si è dovuto nascondere per non essere divorato dal mio.”

Leggenda dei Nativi Americani


L’ULULATO

Tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso. In cielo splendeva una sottile falce di luna che danzava tra le nuvole.
Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, infastidita, gli chiese:
– Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
– Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! – rispose il lupo.
La luna, allora, impietosita, cominciò lentamente a gonfiarsi fino a diventare grande e luminosissima.
– Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto – disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
Il lupo cominciò a vagare e dopo un pò ritrovò il piccolo, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte a sé e, felice ed emozionato, ringraziò volte la luna e poi ritornò felice nella sua tana insieme al suo lupacchiotto. Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi regalarono alla luna il dono di diventare tonda e luminosa, ogni trenta giorni, per dare la possibilità ai cuccioli del mondo intero, che si sono persi allontanandosi da casa, di alzare gli occhi al cielo, ammirarla in tutto il suo splendore, e ritrovare la strada.
I lupi lo sanno, ed ogni volta ululano festosi alla luna piena per ringraziarla.